A chi piace la poesia?

24 Gennaio 2007 15 commenti


A chi piace la poesia?
La domanda è anche il verso iniziale di una poesia di Wislawa Szymborska, poetessa polacca della quale fino a due anni fa non conoscevo nulla e per la quale ho provato una immediata passione,tanto che ho due sue raccolte qui, sul tavolino del pc, dalle quali attingo, di tanto in tanto, una boccata di bellezza, così come un alcoolizzato tiene la bottiglietta del cognac, o del bourbon,vicina, a portata di mano,pronta per un sorso veloce, all’occorrenza.
A chi piace la poesia?
A pochi, risponde Wislawa, ed ha ragione.
Secondo me la domanda è inadeguata: come dice la Szymborzka, anche la pasta in brodo piace, e accarezzare un cane, e averla vinta.
Proverò allora a fare e farmi un’altra domanda:
A cosa serve la poesia, qual è l’utilità della poesia?
Mi sono risposto da solo: non serve assolutamente a nulla, e non è di nessuna utilità. Proprio come non servono e non sono utili tante altre cose: l’arte, la letteratura, la bellezza, la musica: non servono a nulla, se non ad abbellire la vita, a riempirla di colore e di splendore, ad aiutarci a viverla.
Ho trovato nella rete una poesia di uno scrittore del quale nessuno parla più:
Paolo Volponi.
E poi vi faccio la domanda: a cosa serve la poesia?

Porgimi, amore

Porgimi, amore
il tuo ramo fiorito,
la menta mattutina
nel cui cespo chiaro
ai venti incerti di Ottobre
ripara l’allodola ferita,
l’azzurro ginepro degli altipiani
prossimi alla marina.

O la tua pietra
in bilico sul fiume,
la perduta foglia di salice
sull’acqua,
l’alga tenebrosa
dove un pesce invisibile respira.

Amore, amore,
porgimi del tuo albero
il frutto più alto
così la tua uva nascosta
e il piccolo orto
dal pettirosso fedele;
il tuo cavallino
dalla coda leggera,
la vipera che ti beve
il latte nel seno,
l’amoroso gallo
che ti sveglia
e la civetta compagna
alle tue notti di luna.

Porgimi, amore,
il tuo mutabile tempo giovanile,
l’immobile sole
e il quarto di luna
della tua esatta stagione.

L’antiamericano

16 Gennaio 2007 4 commenti


L’ennesima stronzata sputacchiata dal Berlusca mi ha costretto a pormi qualche domanda.
” La sinistra è antiamericana”: Ma che cazzo significa essere antiamericani?
Se penso che George W. Bush è un bugiardo imcompetente che ha saputo sempre fare alla grande i suoi interessi personali, e solo quelli, e ha prodotto danni incalcolabili in tutto il resto, questo basta per dire che sono antiamericano?
Se la risposta è positiva, allora sono antiamericano e per di più non ne sono per mulla pentito e non me ne vergogno nemmeno un po’.
Oltretutto, sono convinto che, se la discriminante è quella, sono in buona compagnia, la maggioranza degli americani la pensa come me, e anche quella è, quindi, antiamericana.
Chi è più amico degli americani? Quelli che li hanno seguiti supinamente nel pantano iracheno, o quelli che dicevano “Vi preghiamo di riflettere bene, state facendo una cazzata gigantesca perchè non avete ponderato bene le conseguenze”?
Ma una delusione grande me la stanno dando anche i miei, ultimamente.
E dichiarare che dobbiamo concedere agli americani il raddoppio della caserma Ederle di Vicenza è, secondo me, un grave errore.
Non perchè glie lo concediamo, ma perchè glie lo concediamo gratis.
I militari americani in Italia godono di uno status privilegiato: se uno di loro commette un reato sul territorio italiano, la nostra magistratura non ha il potere di giudicarlo. gli americani amministrano la giustizia nei confronti dei loro militari anche sul nostro territorio.
Quale giustizia, lo abbiamo visto quando un pilota, probabilmente per mostrare quanto era bravo e cazzuto, ha tranciato il cavo della funivia del Cermis accoppando una trentina di persone.
Non sarebbe ora di ridiscuterli, i patti che abbiamo sottoscritto?
A me questa cosa puzza tanto di colonialismo.
Ci sono militari italiani negli USA, credo, alcuni anni fa c’erano, prevalentemente ad El Paso, per frequentare le scuole di guerra.
Se uno dei militari italiani negli USA commettesse un reato su territorio USA, con il cazzo che ce lo riconsegnerebbero dicendo “Punitelo voi”, ci penserebbero loro, pretendere reciprocità sarebbe una intollerabile limitazione della libertà americana di giudicare i reati commessi sul territorio degli Stati Uniti d’America.
Se mi auguro che gli americani ci trattino da pari, nessuno può accusarmi di essere antiamericano, tutt’al più mi si può accusare di essere filoitaliano.
E’ una colpa anche questa?

Cone funziona la democrazia?

14 Gennaio 2007 5 commenti


Riporto un pezzo postato da Kaliban sul sito “machetazos”:
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Girando un po? su internet tra forum e blog a tema politico-religioso, ho notato come, fra i commenti di parte cattolica, non manchino mai i richiami al significato originario – diciamo etimologico – del termine ?democrazia?. Nei casi (rarissimi) in cui la discussione si mantiene su standard minimi di ragionevolezza, il concetto viene di solito esposto dall?apologeta di turno in questi termini:

Cari non credenti, capisco che le richieste in campo etico dei cattolici possano apparirvi intrusive, ma vi prego di ricordare che l?Italia è – grazie anche all?apporto culturale del cristianesimo – un paese democratico, in cui la maggioranza dei cittadini è per l?appunto cattolica: dunque, è del tutto lecito che i valori della maggioranza siano sostenuti attivamente da chi si trova al governo, ed eventualmente trovino espressione nelle leggi dello stato.?

Pacato e ragionevole, perfettamente in linea con quanto affermato più o meno a giorni alterni da buona parte della gerarchia cattolica che conta, da Ratzinger in giù. Naturalmente, su Internet gli animi si scaldano alla svelta e questi esercizi di diplomazia non sono frequenti – in genere il discorso suona, all?incirca:

Cari atei/laicisti/pagani di merda, noi siamo la maggioranza e voi non siete un cazzo, quindi zitti (e ringraziate che non c?è più mastro Titta).?

Rispetto al primo esempio, guadagna in incisività quel che perde in tatto – ma al netto degli eufemismi, l?idea di base mi pare la stessa.

Ora, non ho la minima intenzione di mettermi a discutere sulla fondatezza di una simile interpretazione della democrazia – le opinioni sono come il buco del culo, diceva giustamente qualcuno. Più che altro, ai cari cattolici vorrei chiedere (rigirando un po? la questione): dato che per buona parte di voi le cose stanno così, che cazzo avete da lamentarvi se poi nei paesi in cui siete minoranza vi demoliscono le chiese, vi impediscono l?accesso al culto e vi sotterrano di legnate appena ne hanno l?occasione? E? il volere della maggioranza, giusto? Quindi.

Ma – direte voi – quelli non sono paesi democratici.

E grazie al cazzo – infatti non è così che funziona, la democrazia. Ci vuole tanto a capirlo?
“”"”"”"”"”"”"”
Mi è piaciuto molto, questo pezzo: spiega con chiarezza che la democrazia non significa che chi si trova in maggioranza può fare proprio tutto quel che gli pare.
Mi piacerebbe avere risposta a una domanda: quanti sono i cattolici in Italia oggi?
Secondo me, tutto dipende da qual è il critero in base al quale decidere se qualcuno è cattolico o no.
Non c’è dubbio che se per decidere chi è cattolico il criterio sta nel contare i battezzati, i cattolici in Italia sono una schiacciante maggioranza, me compreso.
Ma se i cattolici sono quelli che provano a vivere secondo gli insegnamenti di Gesù, e fanno di questi il fondamento del loro vivere e del loro agire nel mondo, il numero cala vertiginosamente: o vogliamo considerare cattolici i Casini e i Berlusconi, che sono tra i grandi sostenitori della famiglia tradizionale, il che si capisce benissimo, perchè loro di famiglie ne hanno due?
Li esorterei a essere sinceri e dirlo apertamente “Io mi sento cattolico finchè essere cattolico non mi impedisce di fare quel che voglio, perchè in quel caso faccio quel che mi va. Però ho tanti sensi di colpa”

Il concetto di natura

8 Gennaio 2007 6 commenti


E’ una costante, nei discorsi del papa e di tutta la gerarchia cattolica, il riferimento alla natura.
Benedetto XCI ha parlato molte volte di morale “naturale”, di fine “naturale”, di famiglia “naturale”, e dato che lui si è ben guardato di definirlo, questo strausato concetto di “naturale”, io lo userò nel senso che conosco io, dato che non conosco per nulla il senso che gli dà lui.
En passant, dato che il papa parla di incontro tra scienza e religione, vorrei tanto potergli agitare un dito sotto il naso e dirgli “Così, non va, messer lo papa: nella scienza non esiste nessun concetto che non sia definito con la massima precisione,
perchè occorre una definizione precisa per poter seriamente confutare. E lei questa cosa la sa, credo, da quel professorone che è, e non si vede il motivo per cui non
senta la necessità di ovviare a tale carenza”.
In realtà, nella vita umana c’è molto poco di “naturale”: qualcuno mi sa dire se in natura esistono molecole come l’omeprazolo o la atorvastatina?
No? E allora, chi si riempie la bocca di “naturale”, perchè non si limita a prendere la niacina (molecola che esiste in natura) per il colesterolo e il bicarbonato per il bruciore di stomaco?
Qualcuno mi sa dire se in natura esiste la tracheotomia o la macchina cuore-polmoni? Per arrivare alla “fine naturale della vita umana”, a me pare molto
più naturale spegnere le macchina che non tenerle accese, il che è quanto di più artificiale possa esistere. E ben venga l’artificio, se garantisce la vita a chi vuole viverla.
Simile discorso vale anche per la “famiglia naturale”: in natura, tra gli animali, non esiste un solo tipo famiglia, o di unione sessuale: tra i cigni, strettamente monogami, e gli scimpanzà bonobo, che scopano quaranta volte al giorno con compagni di branco di entrambi i sessi, quale comportamento è più naturale? Possiamo, per questo, dire che i cigni sono virtuosi e i bonobo, invece, viziosi e innaturali?
La vita dell’uomo è tutta impostata sul modificare la natura: io non ho mai visto una scimmia uccidere un altro animale e scuoiarlo per farsi un indumento con la sua pelle,o tosare una pecora, filarne la lana e sferruzzare per farsi un maglione.Mi risulta che i castori costruiscono dighe, ma non credo ci sia una sola diga di castori che utilizza la caduta dell’acqua per far girare il rotore di un alternatore. Non ho mai visto animali allevarne altri per macellarli e mangiarli: le formiche allevano gli afidi, è vero, e li curano, ma per “mungerli”, non per mangiarli, non ho mai visto in un formicaio una trattoria che abbia nel menù stinchi di afide al forno.
Gli animali della savana quando scoppia un incendio si limitano a sgommare via a tutta birra e pedalando come ossessi, non fanno venire i Canadair per spegnere le fiamme.
Motivo per cui, messer lo papa, definisca una buona volta il suo benedetto concetto di “naturalità”, così noi, pveri agnostici razionalisti, pur essendo certo molto più
in basso delle eccelse vette del suo pensiero, potremo almeno seriamente provare a confutarla.

Dicscorso tra un cattolico praticante e un agnostico razionalista

23 Dicembre 2006 5 commenti


Discorso tra un cattolico praticante e un agnostico razionalista sul caso di PierGiorgioWelby.

CP: E tu, cosa ne pensi del caso di Welby?
AR: Dimmi cosa ne pensi tu, prima, e poi io ti rispondo.
CP: Qual è il problema? Non hai le idee chiare?
AR: Chiarissime.
CP: E allora? Esponimi quali sono le tue idee.
AR: D’accordo, se prima rispondi a una mia domanda preliminare.
CP: Bene, sentiamo la domanda.
AR: OK: La domanda è: quale ragione c’è per impedire a Welby di disporre della sua vita?
CP: Semplice: la nostra vita non è un bene a nostra disposizione, non possiamo disporne come vogliamo.
AR: Vedi, senza girarci tanto attorno siamo arrivati subito al punto fondamentale, quello su cui si impernia tutto il discorso. Dimostrami perchè non è un bene disponibile.
CP: E se provassi tu a dimostrarmi perchè lo è, e dopo io ti dimostro perchè non lo e’?
AR Vedi, la vita è una astrazione, non esistono vite: esistono corpi vivi e corpi che non lo sono. Io non devo dimostrare per nulla che il mio corpo vivo è mio: il mio titolo di proprietà e’ che in questo corpo vivo ci sono io, e quindi è giusto che ne disponga io.
Quando ho avuto le crisi respiratorie, e se non hai mai provato ad averne una non sai cosa significa, mi auguravo mille volte di morire, purchè finisse la sofferenza. Ora, se tu vuoi espropriarmi del mio possesso, devi essere tu a spiegarmi perchè non è così, le ragioni per le quali io, titolare del mio corpo vivo, nel pieno possesso di tutte le mie facoltà, non posso decidere che questa vita che mi causa solo sofferenze non la voglio più.
CP: No, le cose non stanno così. La tua vita ti è stata data, è un dono grandissimo,e tu non puoi disporne.
AR: Vero, mi è stata data, e io non c’ero, nessuno poteva chiedere il mio parere.
Ma appunto perchè mi è stata donata, è diventata mia, e io ne ho la piena disponibilità. Quando qualcuno mi fa un regalo, posso accettarlo o no: Quando qualcuno mi fa un regalo, ma mi pone delle condizioni, già e’ un regalo che vale molto di meno, ed è mia facoltà accettare o rifiutare. Nel caso della vita, io ancora non esistevo, e nessuno poteva pormi delle condizioni.
CP: Ma la vita è un dono di Dio, per questo non è nella tua disponibilità totale.
Dio ci ha dato il libero arbitrio, possiamo decidere di fare quello che vogliamo con la nostra vita, ma non possiamo buttarla da parte quando non ci va più.
AR: Io direi che stavolta hai pisciato fuori dal vaso, amico mio: si può sapere perchè mai io, che non credo in Dio, dovrei adeguarmi ai precetti di una legge che non riconosco e che non è la mia?
CP: Questa discussione non va da nessuna parte: con te non si può ragionare.
AR: Su questo siamo d’accordo, e difatti pensavo che avrei fatto bene a non cminciarla nemmeno: discutere con qualcuno che ha già una verità assoluta a cui conformarsi è sostanzialmente inutile.

Sogni

13 Dicembre 2006 4 commenti

TRA ISLAM & NATALE
Marcello D?Orta

Questa notte ho fatto un sogno bellissimo.
Vincevo una somma favolosa al superenalotto (venti milioni e quattrocentomila euro) e ne utilizzavo la metà per acquistare un edificio storico da trasformare in una scuola (l’altra metà serviva a pagare le tasse imposte da Prodi). Una scuola di cui ero anche il direttore, molto stimato dagli insegnanti, che seguivano per filo e per segno le mie indicazioni.
La scuola aveva naturalmente un nome. Si chiamava Scuola Elementare Statale (sì, la parola «statale» era sottolineata) «Gesù Giuseppe Sant’Anna e Maria», e quando chiamava a raccolta gli alunni o segnava la fine delle lezioni, suonava le campane al posto della campanella.
Si trattava di una scuola dove dalla mattina alla sera (si osservava infatti il doppio e il triplo turno) gli alunni imparavano a conoscere gli episodi e i personaggi biblici più importanti, a mettere in scena episodi salienti della vita dei santi, a studiare il catechismo, ad ascoltare Radio Maria eccetera. Questo avveniva tutti i giorni, ma ancor di più nel periodo natalizio. In questo tempo, gli alunni cantavano canzoncine religiose in continuazione (specialmente «Tu scendi dalle stelle»), gli insegnanti si affacciavano alle finestre gridando a squarciagola: «Stiamo costruendo presepi a morire! Salite, salite!», si scrivevano letterine di Natale lunghe chilometri, si imparavano a memoria poesie su Gesù bambino, San Giuseppe, la Madonna, il bue, l’asinello, la stella cometa, i re Magi, i pastori, la lavandaia, l’oste, Benino, Ciccibacco (caratteristico personaggio del presepe napoletano), gli angeli, gli zampognari, l’ovaiolo, e perfino l’anacronistico cacciatore col fucile. Prima delle vacanze, gli scolari rappresentavano nella grande sala dell’istituto Natale in casa Cupiello di Eduardo, e La cantata dei pastori di Andrea Perrucci (sec. XVII).
Nella scuola «Gesù Giuseppe Sant’Anna e Maria», vescovi e cardinali andavano e venivano ch’era una bellezza, nessuno li fermava in ragione della laicità della scuola (come ha fatto il direttore di una scuola di Agliè, il quale ha dichiarato: «Se dovessi dare il consenso ad un rappresentante della Chiesa cattolica dovrei farlo anche per quello delle altre religioni»); crocifissi giganteschi pendevano alle spalle delle cattedre; professori, bidelli e segretari ostentavano simboli cristiani (io mostravo in petto un cuore di Gesù mastodontico); si pregava a voce così alta che tremavano i vetri delle finestre; si declinavano (per imprimerli bene nella mente) i nomi dei nemici del crocefisso scolastico: i maître à penser Gianni Vattimo, Miriam Mafai, Michele Serra, Dacia Maraini, Corrado Augias, Margherita Hack; si imparava a giudicare l’operato di Antonio Bassolino, che il 19 settembre – giorno onomastico di san Gennaro – va a baciare la teca contenente il sangue disciolto del martire, e nello stesso tempo permette la chiusura delle scuole in occasione del Capodanno cinese, della fine del Ramadan e della Pasqua ebraica; si conoscevano per quel che sono (molte) scuole islamiche, dove l’intolleranza si impara fin dai libri: «Tutte le religioni esistenti sulla terra non hanno alcun valore. L’unica vera è quella di Allah»; e altre cose belle.
Quando mi sono svegliato e ho capito ch’era solo un sogno, ci sono rimasto così male che mi è venuta la varicella.
mardorta@libero.it

Tratto dal sito “Non praevalebunt”.

Caro D’Orta: io credo che lei si sia sbagliato.
La varicella viene di prevalenza a quelli che si sono bolliti il cervello a bagnomaria.
Credo che tale tecnica di cottura sia la sua prediletta, visto quello che scrive.
Non glie lo ha mai detto nessuno che la doccia non va fatta con l’acqua a sessantatrè gradi?
Una cosa vorrei chiederle: le risulta o no che migliaia di uomini di Chiesa, nel corso di secoli, abbiano ripetuto a gran voce “L’unica vera religione è la nostra, l’unico vero Dio è il nostro e gli altri non sono che idoli falsi e bugiardi?”, o cose equivalenti?
Se non le risulta, sarò felice di inviarle un florilegio, un assaggino piccolo piccolo, di nemmeno cinquecento pagine.
Un saluto, un augurio di Buon Natale, e un buon consiglio: cambi pusher, in fretta, quello che ha adesso le rifila roba assai pericolosa, che le causa brutti sogni.

Pinochet muore? ma come mi dispiace….

4 Dicembre 2006 3 commenti


Mi è piaciuto, quello che scrive Luis Sepulveda su Repubblica di Lunedì 4 dicembre.
Si dice lieto del fatto che Augusto Pinochet Ugarte stia morendo, e tiene pronta una bottiglia di spumante, per brindare all’evento.
La morte merita rispetto, di chiunque sia?
Non lo se è vero, non so se si deve rispettare da morto chi non si è rispettato da vivo. E ben a ragione, direi.
Che diritto, ha, al rispetto, uno che ha rovesciato, con l’aiuto della CIA, un governo legittimo, ha fatto uccidere tremila oppositori e ne ha fatti torturare altri trentamila?
Uno che ha usato il suo potere, conquistato nel sangue dei suoi oppositori, per arricchire illecitamente se stesso e la sua famiglia?
Il “meraviglioso disegno d’insieme”, come lo definiva il Card. Sodano parlando con Papa Wojtila,costruito da Augusto Pinochet Ugarte è ormai, per fortuna, svanito: quel meraviglioso disegno d’insieme nel quale tremila morti e trentamila torturati erano solo, secondo lo stesso cardinale, una lieve imperfezione della trama.
Non vedo perchè non dovrebbero essere lieti, di tale scomparsa, coloro che hanno vissuto sulla loro pelle la sanguinaria dittatura di Pinochet.
A me, personalmente, che il Generale Benefattore del Cile, come amava autodefinirsi, scompaia, non procura proprio nessun dolore.
Fossi cileno, ce l’avrei anche io in frigorifero una buona bottiglia da stappare per l’occasione.
Il mondo sarà un posto migliore, senza la sua presenza.

La fine del III Reich

27 Novembre 2006 3 commenti


MONOLOGO DI UN CANE
COINVOLTO NELLA STORIA

Ci sono cani e cani. Io ero un cane eletto.
Con un buon predigree e sangue di lupo
nelle vene
Abitavo su un’altura inalando profumi
di vedute
su prati soleggiati, abeti bagnati dalla pioggia
zolle di terra tra la neve.

Avevo una bella casa e servitù
Ero nutrito, lavato, spazzolato,
condotto a fare belle passeggiate.
Ma con rispetto, senza confidenze.
Tutti sapevano bene chi ero.

Ogni bastardo rognoso è capace di avercelo
un padrone
Attenti però – lungi dai paragoni.
Il mio padrone era unico nel suo genere.
Una muta imponente lo seguiva a ogni passo
fissandolo con ammirazione timorosa.

Per me c’erano sorrisetti
di malcelata invidia.
Perchè solo io avevo diritto
di accoglierlo con salti veloci
solo io – di salutarlo tirandogli i calzoni.
Solo a me era permesso,
con la testa sulle sue ginocchia,
accedere a carezze e tirate di orecchie.
Solo io con lui potevo far finta di dormire,
e allora si chinava sussurrandomi qualcosa.

Con gli altri si arrabbiava spesso, ad alta voce.
Ringhiava, latrava contro di loro,
correva da una parte all’altra.
Penso che solo a me volesse bene,
e a nessun altro, mai.

Avevo anche doveri: aspettare, fidarmi.
Perchè compariva per poco e spariva
per molto.
Non so cosa lo trattenesse là, nelle valli.
Intuivo però che si trattava di faccende
pressanti.
per lo meno pressanti
quanto per me lottare con i gatti
e tutto ciò che si muove inutilmente.

C’è destino e destino. Il mio mutò di colpo.
Giunse una primavera,
e lui non era accanto a me.
In casa si scateno’ uno strano andirivieni.
Bauli, valigie, cofani cacciati nelle auto.
Le ruote sgommando scendevano giù in
basso
e si zittivano dietro la curva.
Sulla terrazza bruciavano vecchiumi, stracci,
casacche gialle, fasce con emblemi neri
e molti, moltissimi cartoni fatti a pezzi
da cui cadevano fuori bandierine.

Gironzolavo in quel caos
più stupito che irato.
Sentivo sul pelo sguardi sgradevoli.
Quasi io fossi un cane abbandonato,
un randagio molesto
che già dalle scale si scaccia con la scopa.

Uno mi strappò il collare borchiato
d’argento.
Uno diede un calcio alla ciotola da giorni
vuota
E poi l’ultimo, prima di partire,
si sporse dalla cabina di guida
e mi sparò due volte.

Neanche capace di colpire nel segno,
così la mia morte fu lenta e dolorosa
nel ronzio di mosche spavalde.
Io, il cane del mio padrone.

Wislawa Szymborska

Come sempre grande, la Szymborska.
Questa poesia descrive la fine del III Reich, e del suo capo, molto meglio di tanti documentari, e una dote così è concessa solo ai grandi artisti.

Silvia

22 Novembre 2006 1 commento


Silvia
(Renzo Zenobi)

Tutto su un tramonto viola acceso
con il tè sopra Firenze,
nuovi giorni prometteva aprile;
cerchi di limone alle colline,
il tuo glicine sognava,
nodi di mare sulle nostre dita.

Silvia ti ricordi la commedia
recitata ad un sorriso,
la mia voce si accordava lenta,
e Beato Angelico negli occhi
e mio padre nel cervello,
essenza di ambra
consolava il mio mantello.

Il fuoco di quercia triste
mi guardava con occhi saggi,
da domani un’altra storia
e un’altra faccia
tra i suoi legni,
ed ancora un Giorgione
sopra il letto non ha
svegliato i sogni.

Piove piano sopra terra scura
e un cipresso maschio e canne
si corteggiano con suoni di foglie.
Dolce latte aumenta la coscienza,
soffia via la mente adulta,
da un cappa sale sopra il fumo.

Silvia ti ricordi la paura
tanta gente dietro i vetri
e nessuno ti gettava un fiore,
e la rabbia ormai non ha più voce
lascia il posto a indifferenza
suona forte se non torna
la pazienza.

Che strano, con il mattino
le montagne sono di sabbia
e non sapere dove volare
non vuol dire
sei senza amore,
ed ancora il mio nome
puoi usarlo
per un ventaglio al sole.

Stanco di lottare contro il bianco
il tuo glicine si è arreso
e sulle palme adesso è già l’inverno;
la licenza è quasi terminata,
la stazione e il mio maglione,
la domenica è già consumata.

Silvia benedetta la tua mano
calda al vento in tramontana fresca
per le fronti di fatica;
la Toscana ha vinto, ha già rubato
i tuoi occhi ai suoi colori e cavalchi
ad una caccia fra le monete
nella mia tasca.

Mi pare sia stato del tutto dimenticato, Renzo Zenobi, e me me dispiace.
Questa era una canzone bellissima, nel panorama della sfiatata canzone italiana di oggi farebbe la figura di un’aquila in mezzo a uno stormo di piccioni.

Tango Perpendicular

27 Ottobre 2006 7 commenti


TANGO PERPENDICULAR

E’ nel pavimento lavato dove brillano
i pesci d?oro delle scarpe nuove
E? nel sudore sulla fronte del violinista
E? nel Cupido dal dente cariato
che fa sedere le coppie, aspettando la mancia
E? nel bicchiere di Tempranillo
dove lui desidera lei, attraverso un rosso inferno
E? nella segatura ben sparsa,
perché nessuna lacrima vada persa
E? nel primo sopraggiungere del tango
E? nella notte curiosa dietro la porta chiusa
Ma se non ti tengo tra le braccia
tutto questo è una cartolina odorosa
per un barbiere che dorme
per un barbiere che sogna

E? nella dama piccola che si appoggia
al cavaliere come a un parapetto di balcone
e guarda ombre di passi passare
in un fiume di neon e di fumo
nel suo grande music-hall personale
E? nel sorriso dello scemo che non può ballare
ma dentro di sé conquista e seduce
la bionda triste, con l?uomo al fianco
che parla di sacchi di caffè, e non ama il tango
E? nel gesto di Carlos che spalanca
il bandoneon, come Mosè che apre il mare
E? nel frusciare di una gonna, in un attimo di silenzio
E? nell?odore di rosa, calzini ed assenzio
Ma se non ti bacio come si baciano i ragazzi
tutto questo è nostalgia, per un mare dipinto
per un marinaio senza più nave
per un marinaio senza più vento

E? nella tosse roca del ballerino migliore
che indossa la morte, come un abito ben fatto
e nella vecchia coppia che danza
?Enganadora? per la millesima volta
E? nella vecchia ferita da coltello
il giorno che qualcuno difese qualcuna
Nelle risate troppo forti e smargiasse
Nelle farfalle che si uccidono sulle lampade rosse
E? nella grazia e nell?arroganza
di questo contrappunto, che ci trascina
nei campi di luna, oltre la porta
Ma se non mi sei vicina, amore
tutto questo è uno spartito vecchio
dentro una vecchia valigia di carta
dentro una vecchia valigia sporca

Stefano Benni

Di questa poesia ho amato, e amo, il clima, il sapore.
Trovo semplicemente straordinaria la similitudine “Carlos che spalanca il bandoneon, come Mosè che apre il mare”. Carlos non apre il bandoneon, non lo allarga, lo spalanca, per farne uscire fiotti, ondate di musica.
La fotografia raffigura una splendida coppia di ballerini di Tango: loro sono Adrian Aragon e Erica Boaglio: li ho visti,dal vivo, ballare il tango, ma anche la chacarera, che è, come dicono loro, un “baile campero”: una danza campagnola, ma che loro interpretano con grande eleganza.